Una situazione prolungata di emergenza, di sofferenza o di difficoltà conduce inevitabilmente ad un momento in cui è necessario fermarsi, smettere di agire, e concentrarsi per capire cosa è giusto fare.

Dopo diverse settimane di chiusura forzata e di inevitabile riduzione dell’operatività aziendale, molte imprese sono arrivate ad un punto cieco, in cui si percepisce chiaramente l’impossibilità di continuare nello stato attuale, ma spesso non si vedono vie alternative verso la luce.

In questo momento è importante costruire la propria strategia d’azione, per sapere dove concentrare le energie rimaste e dare una direzione al proprio futuro.

Sì, stiamo parlando esattamente di questo, di capire in quale nuova direzione andare, perché quella di prima sembra persa, ed in alcuni casi lo è davvero.

Non è però sempre necessario cambiare i propri obiettivi, la meta può essere mantenuta, magari serve solo cambiare percorso, o mezzo di trasporto, oppure c’è bisogno di concentrarsi su traguardi più vicini, più arrivabili e mettere tutte le energie disponibili per raggiungerli. Poi, una volta arrivati, se ne definiranno di nuovi e si punterà a quelli, e via di seguito finché avremo una visuale migliore per riconoscere orizzonti più lontani.

Il primo passo per costruire una strategia valida è questo: è fermarsi, ascoltare cosa sta succedendo all’interno e all’esterno della propria azienda, analizzarlo in maniera oggettiva, quasi estranea, per focalizzare più chiaramente possibile i dettagli che compongono lo scenario in cui stiamo vivendo.

Partiamo dai nostri clienti, dai nostri fornitori, dai nostri collaboratori, e cerchiamo di percepire cosa è cambiato, verso dove si è spostato l’ago dei loro bisogni, delle loro abitudini; facciamolo senza pensare ad altro, senza metterci già come controparte attiva, senza cercare già il nostro ruolo all’interno di questo meccanismo.

Solo se riusciamo ad avere una prospettiva più alta, esterna, solo se ci alziamo dal nostro tavolo da gioco, e ci giriamo intorno osservandolo, semplicemente come se non fossimo più chiamati a farvi parte, possiamo riconoscere i veri meccanismi che lo regolano.

Quando iniziamo a percepire un certo distacco, questa distanza ci spaventa, ci sembra di essere tagliati fuori dal gioco, di non avere più chance per vincere la posta, ma dobbiamo superare questo ostacolo, andiamo oltre, distanziamoci ulteriormente.

Saltare una mano non significa perdere la partita. Se non si hanno le idee chiare su quale sia il nostro ruolo nel gioco, o se non riusciamo a riconoscere le carte che abbiamo in mano, talvolta non giocare significa solo evitare di perdere.

Dal “di fuori” avremo una visuale più ampia su ciò che succede non solo sul nostro tavolo, ma in tutta la sala da gioco, e questo è un vantaggio prezioso.

Non concediamoci però troppo tempo, e soprattutto non sprechiamolo: questa fase di ascolto deve essere estremamente produttiva, dobbiamo essere efficienti, voraci nel raccogliere più informazioni possibili e definire al massimo lo scenario che percepiamo, focalizziamoci ed evitiamo distrazioni.

Per farlo nel modo migliore, è bene avere più visuali differenti, più punti di osservazione e di interpretazione, quindi coinvolgiamo il nostro team di lavoro, i nostri collaboratori, dando loro la stessa libertà e autonomia che ci permette di essere obiettivi.

Quando abbiamo raggiunto una visione più ampia e sufficientemente piena di dettagli, arriva il momento dell’analisi e delle decisioni. Analisi di ciò che abbiamo percepito, in relazione alle nostre possibilità di interagirvi e al valore aggiunto che possiamo offrire; e decisioni, sul come concretizzare questo valore aggiunto e sul come esprimerlo.

Una volta passati attraverso queste fasi, arriva il momento dell’azione.

È probabile che i vecchi asset mentali, le nostre abitudini lavorative, le nostre esperienze professionali positive e soprattutto negative, cerchino di ricondurre la nostra nuova visione operativa verso schemi già noti e sperimentati, verso il sistema di lavoro che già conosciamo.

Questo processo non è sbagliato: non dobbiamo pensare che la sola e unica soluzione efficace sia ricostruire tutto da zero, cambiando completamente e radicalmente le nostre abitudini di lavoro.

Al contrario, dobbiamo identificare e sfruttare tutti i nostri skills, le abilità che abbiamo affinato con l’esperienza, con il tempo e con la fatica e riformulare il nostro modo di utilizzarle in funzione dei nuovi obiettivi che abbiamo identificato.

Sapremo a questo punto e meglio di prima cosa fare, come farlo e soprattutto perché lo stiamo facendo.

Se abbiamo condiviso tutto il percorso con il nostro team di lavoro, sarà molto più facile assegnare i ruoli, distribuire i compiti, e procedere unitamente verso l’attuazione del nostro piano.

Ora abbiamo una strategia.

Seguire questo percorso di costruzione non è sempre facile, perché lottiamo continuamente con la sensazione di perdere tempo, di iniziare un percorso inconcludente o di coinvolgere i nostri collaboratori in attività e situazioni più deprimenti e demoralizzanti che stimolanti.

Per questo, se ritieni utile avere al tuo fianco una figura di supporto che ti guidi in questo processo, contattaci e ti daremo più informazioni.